Giovanni Goria, rigore e slancio

Nell’introdurre brevemente il convegno ed il libro di cui Paolo Giaccone è co-autore vorrei innanzitutto soffermarmi sul titolo, “Giovanni Goria: il rigore e lo slancio di un politico innovatore”.

“Rigore” e “slancio” è un accostamento di termini insolito, ma esprime bene due caratteristiche che Giovanni Goria a mio avviso è riuscito sempre a coniugare, ovverosia unire le indiscusse competenze tecniche e politiche con una profonda tensione al rinnovamento ed al futuro, uno “slancio”, appunto, di un politico innovatore e rinnovatore. E analizzando l’esperienza politica di Goria sulla base di queste due “direttrici” possiamo forse trarre qualche indicazione per il presente ed il futuro.

Il rigore, innanzitutto. Giovanni Goria diviene Presidente del Consiglio soprattutto grazie alla sua positiva esperienza da Ministro del Tesoro, nella quale dimostrò un rigore frutto di una “visione piemontese dello Stato”, come scriveva Giulio Andreotti a proposito di Giovanni Goria (Andreotti precisa immediatamente che l’intende “nel senso buono”, insinuando evidentemente che esiste anche un senso… meno buono) e di una formazione politica “classica”, ovverosia il tradizionale percorso di apprendistato che si svolgeva nei partiti, e nel quale (come ben scrive Francesco Marchianò) grazie alla capacità formativa ed organizzativa del partito e della politica professionale Goria ha potuto specializzare le sue capacità tecniche ed economiche che aveva già appreso nei suoi studi.

Da ciò deriva anche il fatto che Goria, pur nella sua opera di innovazione e di rinnovamento, non rinnega il passato, ed anzi opera in una ideale continuità con esso: Goria è un rinnovatore, non un “rottamatore”, all’interno del partito (“desidero una successione e non una sostituzione del gruppo dirigente, non c’è nessuno da mandare a casa”) e anche nella sua azione politica e di governo, e ciò si vede bene quando afferma che “se tutti i telespettatori nelle loro case provassero a pensare come viveva la loro famiglia quarant’anni fa, traggano da soli, senza dir niente a nessuno, un bilancio. Sappiano che tutto ciò non è avvenuto per caso nel bene e nel male” (in Italia Domanda, 1992).

Vi è poi lo slancio, questa tensione verso il futuro, verso la modernità. Com’è stato detto in passato, da Enrico Letta, Giovanni Goria evocava la modernità: come immagine, come stile di comunicazione, con una capacità di linguaggio adatta allo stile televisivo (circostanza particolarmente importante nella mediatizzazione della politica che stava iniziando a manifestarsi negli anni Ottanta), con uno stile diretto e brillante, che gli valsero da parte di alcuni commentatori l’appellativo di “Presidente superstar”. Ma sarebbe riduttivo limitare lo slancio di Giovanni Goria al tema, pur importante e spesso ricordato, dell’immagine e della comunicazione: lo slancio di Goria sta in primo luogo nell’aver compreso prima di altri che la crisi del partiti che iniziava a manifestarsi esigeva un ripensamento dei rapporti tra i partiti e i cittadini, tra la classe politica e la cosiddetta “società civile”. Un cambiamento anche nella sostanza, rinunciando ad esempio ad un dicastero di prestigio nel 1988 per dedicarsi ad un’attività politica di base, ad incontrare il popolo democratico cristiano per cercare di comprenderne i bisogni e le istanze, con un grande lavoro che oggi si direbbe “sul territorio”, che si mostrò estremamente prezioso e utile sia per elaborare una proposta politica credibile e attuabile, sia ai fini elettorali – tanto che condusse Giovanni Goria ad essere uno dei politici più amati di quegli anni, con un successo elettorale incredibile alle elezioni europee del 1989 (più di 640.000 preferenze).

Se guardiamo alla situazione politica attuale, sembra di poter affermare che oggi è probabilmente più valorizzato lo “slancio” rispetto al “rigore”, e ciò a causa di diversi fattori, tra cui una sempre crescente mediatizzazione della politica. In un editoriale del 3 maggio scorso su La Stampa, intitolato “L’estinzione dello statista”, Gary Hart (già candidato alle primarie democratiche per le presidenziali USA negli anni Ottanta) afferma che in passato “ci si aspettava che i personaggi politici, in particolare tra i candidati ad incarichi nazionali, sapessero di che cosa stessero parlando”, e che più di recente “le cose sono cambiate […] i media – i mezzi con cui gli eletti comunicano con i cittadini – sono ora un quarto ramo del governo e si ritengono uguali se non superiori rispetto ai rappresentanti eletti […] e in cima a questo la compressione dei media – la necessità di comunicare con slogan di otto secondi e con i 140 caratteri di un tweet”, per concludere che “il risultato è che si privilegiano politici loquaci, brillanti, affascinanti e semplici rispetto a quelli del passato più inclini ad essere riflessivi, determinati, sostanziali e diplomatici. Questo processo sacrifica gli statisti, uomini e donne istruiti, e con esperienza nell’arte del governo”.

Probabilmente è eccessivo – quantomeno in Italia – parlare di “estinzione dello statista”, però non vi è dubbio che Hart mette a fuoco un problema, come allo stesso modo il fatto che recentemente un ex Presidente del Consiglio abbia dichiarato di voler istituire una “scuola di politiche” è allo stesso tempo un segnale di attenzione ed una incoraggiante risposta nei confronti di questo tema, soprattutto con riferimento ai più giovani.

In conclusione, vorrei appunto soffermarmi sulle generazioni più giovani, poiché sembra esserci una domanda ad oggi inevasa di luoghi ed occasioni di formazione, e la risposta non può che venire sia da parte delle varie realtà associative che si interessano a cultura e politica (come appunto l’associazione “Insieme” e la Fondazione Giovanni Goria), sia da parte dei partiti politici, che per quanto orientati verso il modello del “partito leggero” e improntati alla leadership non possono comunque sottrarsi a tale fondamentale funzione.

E a questo proposito vorrei ricordare proprio le parole di Giovanni Goria, nel suo intervento al Senato del 30 luglio 1987 in cui espose le dichiarazioni programmatiche del suo governo: “[dobbiamo] dare il senso ai giovani che questa società non solo cresce ma ha bisogno di loro, del loro orientamento al futuro come della loro ansia di responsabilità. Abbiamo […] voluto dare obiettivi e non solo attenzione alla forza dei giovani: è in declino il tempo in cui tutta la società si domandava cosa fare per i giovani; i giovani hanno invece bisogno che la società domandi loro qualcosa, per i tratti qualificanti del proprio sviluppo futuro”. Sarebbe bello se oggi riuscissimo a rendere di nuovo attuali queste parole.

  (Introduzione al convegno “Giovanni Goria”, organizzato dall’Associazione Insieme e tenutosi a Cuneo il 9 maggio 2015)